Itinerario

In molte nostre vacanze il ricordo e l’esperienza si cristallizzano spesso al rientro, a freddo, mentre si parla dei luoghi visitati con qualche amico a cena. L’impatto con la Namibia è agli antipodi, una mazzata emozionale ruvida che ci ha offerto qualcosa che non avevamo mai sperimentato. La Namibia non è forse il viaggio pìu piacevole che viene in mente: la notte la temperatura va volentieri sotto zero, la polvere si infila in ogni anfratto e l’aria secca cuoce la pelle al punto che si ha fastidio anche a toccare i vestiti. Ma è il tipo di vacanza che ti fa esclamare “dove sono finito?” mentre sei lì, quasi tutti i giorni.

Siamo partiti con il nostro gigantesco Toyota Hilux munito di tenda sul tetto da Windhoek, la capitale, città che merita di essere attraversata solo per fare la spesa e benzina, diretti subito verso il deserto del Namib. Sossusvlei, il centro di attrazione più famoso della regione, è il tipico luogo di cui tutti parlano, e di cui proprio per questo si ha paura di rimanere delusi. Ma può una strada di 60km lungo il letto di un fiume secco circondato da dune rosse e popolato da alberi scheletrici, struzzi ed orici lasciare un ricordo spiacevole? L’alba sulla Big Daddy a guardare gli alberi pietrificati del Deadvlei, così come due passi sulla Duna 40, beh, francamente vanno anche oltre le aspettative. Eccezionale anche la notte passata al Namibrand, in una piazzola isolata a 5 km dalla reception a guardare le stelle. Siamo invece rimasti un po delusi dalle Naukluft mountains, dove abbiamo fatto un hike sotto un sole demoniaco tanto faticoso quanto ripetitivo, che fa venire ancora sete al solo pensarci.

A quel punto ci siamo poi spostati sulla costa, a fare una lavatrice e cercare di riacquistare un po di umidità alla pelle, a Swakopmund. Di per sé una piccola città portuale nebbiosa non molto affascinante, ma con una flora e una fauna completamente diversa: il kayak tra le otarie a Pelican Point è davvero divertente, così come è affascinante guidare fino a Cape Cross tra paesaggi lunari e licheni liofilizzati.

Siamo poi risaliti nell’entroterra, di nuovo verso il deserto, in quella zona che in molti chiamano ancora Damaraland: qui abbiamo trovato le pitture rupestri di Twyvelfontein, e le incisioni millenarie e le splendide forme rocciose dello Spitzkoppe. Un po come tutti, gli ultimi giorni li abbiamo passati nel parco naturale di Etosha: qui tanti km fra pan salati circondati da orde di zebre giraffe ed elefanti, assorbiti nella faticosa “FOMO” della ricerca - spesso inutile - dei felini. Fortunatamente, la pozza della Halali Camping ci ha regalato un finale eccezionale: una serata a guardare cinque rinoceronti rissosi litigare sotto la luna.