Itinerario

Ci sono molti luoghi della Terra più ricchi di storia, più vari nei paesaggi e con una natura più avvolgente del Ladakh: ma il senso di spaesamento che si ha arrivati a Leh, seduti su un muretto ai piedi del piccolo forte-monastero che sovrasta la città, è onestamente tra i più profondi che ci sia capitato.

Sullo sfondo, un susseguirsi di montagne aride dai mille colori, una volta grigie, poi marroni o rosse, puntinate di neve e ghiacciai. Sopra, un cielo azzurro vivido fatto di nuvole rapide, che un attimo dopo è grigio cupo prima di un veloce temporale, e poi diventa arancione al tramonto. Sotto, valli scoscese senza quasi vegetazione, rocce dalle forme indefinibili e fiumi fangosi che scavano il loro cammino per decine di chilometri. Di tanto in tanto, radure verdi, piccole oasi con qualche albero sparuto, sui cui si adagiano villaggi con poche case bianche. E sopra i villaggi, si staglia un monastero buddista, con un serafico Buddha dorato a vegliare.

La nostra intera vacanza è stata fatta dormendo sempre al di sopra dei 3500 metri. Quindi, nonostante le accortezze del caso, il respiro corto e la fatica fisica dell’acclimatamento sono stati un elemento con cui fare i conti: in Ladakh alcuni saranno in grado di far riposare lo spirito, ma sicuramente non il corpo. Per questo, e per via dell’aspra geografia del luogo, abbiamo usato Leh come base per i nostri spostamenti..

Prima abbiamo trascorso due giorni lungo la Sham Valley, dove abbiamo percorso 30 km a piedi tra una sequenza di piccoli villaggi, un saliscendi tra alberi di albicocche e pietraie desertiche. Abbiamo poi fatto overdose di templi buddhisti – tra cui Hemis, Thiksey, Chemrey e il nostro preferito, Likir – dove, senza capirci un granché, abbiamo toccato con mano l’universo buddista tibetano. Poi ci siamo avventurati per qualche giorno verso i laghi meridionali, Tso Kar e Tso Moriri, luoghi che riempiono gli occhi, fotogenici in un modo indescrivibile, che però il turismo di massa sta ribaltando a una velocità imprevista. Gli stessi pastori che vivono da decenni lungo le loro sponde si sono trovati a condividere negli ultimi anni il loro villaggio con alberghi a più piani e comitive di motociclisti indiani. Ci siamo davvero chiesti se fosse il posto giusto dove trovarsi.

Abbiamo concluso con un trekking di più giorni fra la famosa Markha Valley e Leh. Due passi a 5000 metri, tanta fatica a respirare, degli homestay con condizioni igieniche importanti, ma panorami indimenticabili, animali leggendari da avvistare – la blue sheep! –, in una sequenza di vallate tutte diverse. Alla fine, siamo rientrati esausti ma felici: il Ladakh, ci ha offerto un’altra faccia - ruvida e a tratti ascetica - di quel luogo meraviglioso che è l’India.

Map of Ladakh